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domenica 4 novembre 2012

attacchi di panico per i fondi di caffè

2 garden composters (on base for rat proofing)
Gli "attacchi di panico" sembrano essere una patologia di moda, uno dei (tanti) mali di questo secolo che in passato erano sconosciuti...
Ho conosciuto diverse persone soggette ad immotivati ed irragionevoli "attacchi di panico", che li hanno anche spinti al pronto soccorso.
(Se ne volete sapere di più: http://it.wikipedia.org/wiki/Attacco_di_panico - of course)

Non sono qui però per parlarvi degli attacchi di panico, a cui fortunatamente né io né alcuno dei miei familiari è soggetto; ma voglio parlarvi dell'unica cosa che (dopo l'esame di maturità) mi abbia veramente generato genuina ansia.

Andiamo con ordine.

E' accaduto alcuni anni fa, e stavo placidamente lavando la caffettiera. Prendo il filtro, vuoto i fondi di caffè nella pattumiera... ed in quell'istante ho avuto un'illuminazione. Folgorante, devastante, che al confronto san Paolo sulla via di Damasco si è solo fatto un trip.
Mi sono detto: butto questi fondi ma... che fine fanno?
Da qui, vanno nel cassonetto.
Dal cassonetto, mescolati con plastica-tetrapak-cicche-foglie morte-stracci-ecc. ecc., se ne andranno nell'inceneritore (quello che in neolingua viene definito "termovalorizzatore")
Qui, verranno bruciati.
I fumi verranno filtrati.
Le ceneri verranno raccolte.
I filtri dei fumi e le ceneri poi finiranno in discarica.
Ed una volta sepolti in discarica, verranno trafugati al normale ciclo della vita per tempi geologici. Perchè solo in tempi geologici le montagne diventeranno pianure, le pianure montagne, e la discarica tornerà quindi (forse) in superficie, e le piante torneranno quindi ad affondare le loro radici in quella che un tempo era la discarica...

Perchè lo ricordate, vero, il "ciclo della vita"? Ve ne ha parlato la maestra alle elementari, giusto?
L'erba cresce, l'erbivoro mangia l'erba, il carnivoro mangia l'erbivoro, il carnivoro muore e si trasforma in concime che farà crescere l'erba (in realtà è un po' più complicato di così, ma in soldoni la storia è questa).
Però qual'è invece la stria del nostro caffè?
Viene coltivato in sudamerica, imbarcato, portato qui da noi.
Io lo consumo.
Poi lo butto nell'immondizia, finisce nell'inceneritore... e quindi il materiale organico di cui sono composti i fondi di caffè non tornerà MAI (se non tra alcuni milioni di anni) a fertilizzare piante...
Il tutto moltiplicato per tutti i milioni di caffè consumati ogni giorno... ma ciò vale anche per verdure e pomodori, resti di macellazione, gusci d'uomo, alimenti lasciati andare a male...
Masse imponenti di materiale che, ogni giorno, vengono sottratte al ciclo della vita.
Un delitto imperdonabile, peggio dell'omicidio perchè anche se ammazzi qualcuno, lo ammazzi una sola volta... trafugare del preziosissimo materiale organico al ciclo della vita invece significa negargli l'opportunità di tornare ad essere parte della vita per centinaia, migliaia di volte nel corso della prossima era geologica...

Raccolsi con cura i fondi di caffè dalla pattumiera, e li depositai in un vasetto.
E corsi ad acquistare un composter (cosa che mi ripromettevo di fare ormai da un anno, ma avevo sempre rimandato).

Quei fondi di caffè costituirono il primo nucleo del mio composter.

Da allora (e sono trascorsi tre anni...) l'impressione che ho avuto è che il mio composter sia un pozzo senza fondo.
Ci ho scaricato dentro chili e chili di fondi di caffè, di resti di cucina, di sfalci del giardino, residui di potature... senza mai riuscire a riempirlo. Sembra pieno a metà, e da lì non si schioda.
Talvolta (soprattutto dopo gli sfalci) il materiale si avvicina pericolosamente al bordo... ma dopo un paio di settimane torna a ridursi alla metà.
Potrei anche prelevare il materiale in fondo (che ormai è ridotto a vera e propria terra), ma non ce n'è ancora la necessità.
Ed io vivo con la tranquilla consapevolezza che ogni mio caffè non costituisce più un crimine contro la natura...
 
  

giovedì 12 luglio 2012

sessola e paletta da riutilizzo

Il riutilizzo di oggetti e materiali altrimenti destinati all'immondizia ha un suo sottile fascino e mostra talvolta aspetti di pura genialità. Richiede inoltre creatività, fantasia, senso del materiale... Quindi, quando mi trovo di fronte ad esempi come quelli della foto, è difficile resistere alla tentazione di condividerli:


La prima è una sessola: può essere usata per sgottare l'acqua dal fondo di piccole imbarcazioni, ma anche come paletta per farina, fagioli, gesso, cemento, e chi più ne ha più ne metta...

La seconda ovviamente è una paletta: ormai si trovano ad uno o due euro, ma vuoi mettere la soddisfazione?

domenica 6 febbraio 2011

Che me ne faccio...

(foto di M. Federico, via Flickr)

... della luce dei lampioni, che illumina le merde per terra, se mi impedisce di vedere le stelle?

L'illuminazione pubblica è una di quelle tante cose che crediamo essenziale ed indispensabile... ed invece è solo una colossale fesseria.

Mi sa tanto che ce ne renderemo conto molto presto.

sabato 3 aprile 2010

il testamento di Justus von Liebig

Ho scoperto queste poche righe quasi per caso... non so se siano state veramente scritte da von Liebig, o se si tratti di uno scritto apocrifo.
Però sono indubbiamente parole sagge...

Confesso volentieri che l'impiego dei concimi chimici era fondato su delle supposizioni che non esistono nella realtà. Questi concimi dovevano portare una rivoluzione completa in agricoltura. Il concime di stalla doveva essere completamente escluso e tutte le materie minerali asportate dai raccolti, sostituite con dei concimi chimici. Il concime doveva permettere di coltivare su di uno stesso campo, senza discontinuità e senza esaurimento, sempre la stessa pianta, il trifoglio, il grano ecc., secondo la volontà e i bisogni dell'agricoltore. Avevo peccato contro la saggezza del Creatore e ho ricevuto la dovuta punizione. Ho voluto portare un miglioramento alla Sua opera e nella mia cecità ho creduto che nel meraviglioso concatenamento delle leggi che uniscono la vita alla superficie della terra, rinnovandola continuamente, un anello era stato dimenticato, che io povero verme impotente, dovevo fornire.

domenica 21 febbraio 2010

Corri, corri...

Da due post del blog di Lopo:

E quei 40 minuti li passerete in coda al casello.

Elenco delle tratte automobilistiche dotate di tutor:
  • A4 – da Cavenago a Brescia Ovest: lunghezza percorso 65,1 km
    • A 130 km/h: 30′03″
    • A 150 km/h: 26′02″
      • differenza: 4′01″
  • A4 – da Brescia Est a Sommacampagna: lunghezza percorso 33,6 km
    • a 130 km/h: 15′30″
    • a 150 km/h: 13′26″
      • differenza: 2′04″
  • A1 – da San Zenone al Lambro (vicino a Lodi) al bivio con la A14 (presso Bologna): lunghezza percorso circa 190 km
    • a 130 km/h: 1h28′
    • a 150 km/h: 1h16′
      • differenza: 12′
  • A1 – da Orte a Caserta Nord: lunghezza percorso 242,4 km
    • a 130 km/h: 1h51′53″
    • a 150 km/h: 1h36′58″
      • differenza: 14′55″
  • A8 – da Legnano a Gallarate: lunghezza percorso 13,6 km
    • a 130 km/h: 6′17″
    • a 150 km/h: 5′26″
      • differenza: 51″
  • A14 – da Bologna Casalecchio a Rimini Nord: lunghezza percorso 113,7 km
    • a 130 km/h: 52′29″
    • a 150 km/h: 45′29″
      • differenza: 7′


      Cori, cori, ma ‘ndo cori?

      Un’aggiunta a quanto già calcolato.
      Prendiamo una distanza qualsiasi tra quelle elencate: A1 da Orte a Caserta Nord, lunghezza percorso 242,4 km.
      Prendiamo una tabella che dia un’idea dei consumi di un’auto di una certa cilindrata, che sia quindi capace di raggiungere i 150 km/h: ad esempio, una berlina da 1800 cc. Leggiamo che il consumo a 130 km/h è di 8,9 km/litro. Non è indicato il consumo a 150 km/h, ma data la dipendenza inversa col quadrato della velocità, lo possiamo quantificare in circa 6,7 km/litro.
      Quanto carburante in più spenderai per percorrere quei 242,4 km a 150 invece che a 130 km/h, nell’ipotesi di mantenere tale velocità per l’intera tratta, ovvero il caso ottimo teorico?
    • A 150 km/h si spendono 242,4/6,7 = 36,18 litri di benzina.
    • A 130 km/h si spendono 242,4/8,9 = 27,24 litri di benzina.
    Andando a 150 km/h si spendono 8,94 litri di benzina in più. Immaginiamo di pagarla ad un prezzo al momento piuttosto conveniente, ma comunque nella media di questo periodo: 1,3 €/l.
    Significa che spenderai 11,62 € di benzina in più.
    Immaginiamo che tu guadagni più dignitosamente, per poterti permettere un’auto del genere: 90.000 € l’anno. Netti.
    Ipotizziamo 13 mensilità, 40 ore settimanali. Fanno, a spanne, 44 € l’ora. Vale a dire che guadagni 0,73 € al minuto lavorativo.
    Per guadagnare gli 11,62 € con cui pagare la benzina aggiuntiva, devi lavorare poco meno di 16 minuti.
    Andando a 150 km/h invece che a 130 km/h per 242,4 km, hai risparmiato quasi 15 minuti di tempo. Ma ne dovrai lavorare quasi 16 per pagare il carburante consumato in più.
    Benvenuto nel mondo dei ritorni marginali decrescenti, idiota.

martedì 31 marzo 2009

Vivere senza accendere il ferro da stiro

Vivere senza accendere il ferro da stiro


ferro da stiroVivere senza accendere il ferro da stiro. Certo che si può. Vi racconto la mia personale seconda rivoluzione domestica. La prima fu quella della lisciva, il detersivo autoprodotto.

Si vive benissimo senza stirare. Finita la noia delle ore trascorse a rincorrere piegoline su maglie e camicie. Liberato tempo, risparmiata energia elettrica. E vi garantisco che, dieci minuti dopo averlo indossato, un abito non stirato è esattamente come uno passato e ripassato mezz’ora sotto il ferro. Ecco come si fa.

Per fare a meno di stirare bisogna innanzitutto estrarre il bucato dalla lavatrice appena è finito il lavaggio, o comunque il più presto possibile. Se sta lì, pigiata e bagnata, la roba si spiegazza di più.

Poi bisogna stendere bene. Con cura, insomma, evitando che si formino pieghe. L’operazione richiede qualche minuto. Un tempo comunque di gran lunga inferiore rispetto a quello che si trascorrerebbe a stirare.

Regola fondamentale, usare il più possibile gli attaccapanni per stendere maglioni, felpe e magliette. Rimangono belli in forma.

Poi, tutto il resto non va mai steso a cavallo del filo. Lascia l’impronta, un’antiestetica piega. Se non si usa l’attaccapanni, bisogna accostare le magliette al filo, lasciandole spenzolare giù per tutta la lunghezza, con il collo verso il basso, e piazzare le mollette. Idem i pantaloni, con l’orlo verso il basso. Meglio in ogni caso stendere dal rovescio: a volte le mollette lasciano un’ammaccatura.

Io mi regolo così. Ovvio che questo sistema non dà buoni frutti con le camicette di cotone e i pantaloni con la piega, ai quali la stiratura è indispensabile.

Però basta orientarsi su altri capi d’abbigliamento. Per non rottamare brutalmente le camicette ancora presenti nell’armadio, si possono indossare d’inverno, quando è sufficiente limitarsi a stirare colletto e polsini.

E i pantaloni con la piega? Il loro maquillage sull’asse da stiro può essere ridotto ai minimi termini da una accurata messa in piega serale. A patto di metterli a posto con millimetrica precisione, li si può addirittura collocare sotto il materasso, e dormirci su. Al mattino sono stirati.

Sì, lo so. C’è gente che non può vivere senza stirare, e passa sotto il ferro anche mutande e canottiere. Fate pure, se vi piace. Io mi regolo in tutt’altro modo. E da quando ho spento il ferro vivo più leggera.

mercoledì 11 febbraio 2009

parrucchieri di se stessi

Trovo sul blog di Aspoitalia un intervento che trovo perfettamente in linea con la filosofia mia personale e di questo mio blog; quindi, ve lo ripropongo integralmente.
Aggiungendo che è da 10 anni che ormai non spendo un centesimo dal barbiere...
Quanto avrò risparmiato?
E di quanto avrò sabotato il PIL nazionale?

Risorse, Economia e Ambiente: Abitudini, inerzie e altre patologie / 6 : parrucchieri di se stessi



Nella foto potete vedere il tagliacapelli che ho acquistato più di un anno fa (non dovrebbe leggersi la marca, dunque nessuna pubblicità occulta). Avevo deciso di procurarmelo un po' per sfizio, un po' per tentare una via di risparmio.

Dopo i primi 2-3 tagli, consacrati a prendere confidenza con l'apparecchio, devo dire che sono molto soddisfatto. In tre quarti d'ora al massimo realizzo il taglio (e regolo pure la barba, quando c'è) , dunque il tempo impegnato è inferiore al caso classico dal parrucchiere prenotazione-spostamento-attesa-taglio-spostamento.

A livello economico il ritorno è interessante: 70 € di spesa; tagliando i capelli ogni mese, risparmio 15 x 12 =180 € l'anno. Supponendo che la batteria ricaricabile vada bene una decina d'anni, risparmio 1.800 € , spendendone 70 + pochi di corrente elettrica. Naturalmente, nel caso di un nucleo familiare con n utenti la resa aumenta di un fattore "quasi" n (facendo più ricariche all'anno la vita potrebbe diminuire).

Rispetto al caso del rasoio a mano c'è una sostanziale differenza. Non ci sono "rifiuti" evidenti in gioco come le lamette, dunque le due optioni "parrucchiere" e "fai da te" sono grossomodo ecologicamente equivalenti. Appurato questo, siamo liberi di scegliere il risparmio e la qualità casereccia, oppure la spesa e la performance. Naturalmente, la mia capacità/qualità di autotaglio è anni luce dalla professionalità e dall'estro di un vero parrucchiere. Ma questa è un'altra storia.

PS Con i capelli corti, risulta del tutto superfluo l'utilizzo del phon nella stagione invernale; anche la quantità di shampoo da impiegare diminuisce significativamente.

lunedì 2 febbraio 2009

un truogolo geniale

Cos'è un truogolo?
Un truogolo (o trogolo), semplicemente, è una mangiatoia per maiali.

E, considerato che in futuro (penso abbastanza prossimo) molti si ritroveranno giocoforza a riscoprire antiche arti come quella dell'allevamento di maiali, avendone visto uno assolutamente geniale per semplicità e praticità, ve lo propongo:



E' fatto semplicemente con un pezzo di tubo in plastica corrugato "doppio strato", normalmente utilizzati oggi per le fognature (tipo questi, per intenderci).
Uno spezzone lungo uno o due metri si può recuperare gratis in un cantiere; basta tagliarne via un pezzo, utilizzare due tavole di legno per chiuderlo ai lati, altri due pezzi di legno alla base per sostenere le tavole di chiusura... probabilmente un'ora di lavoro in tutto, se non meno.
Economico, durevole, facile da lavare... cosa vogliamo di più?

giovedì 15 gennaio 2009

i manuali della FAO per il fai-da-te

Esiste on-line una massa impressionante di manuali, sviluppati dalla FAO per lo sviluppo delle nazioni del terzo mondo.
Sono manuali molto "spartani", ma completi ed efficaci, che coprono gli aspetti più vari del fai-da-te: dalla produzione del sapone alla costruzione di murature in pietra, passando per le tecniche di riutilizzo delle bottiglie di PET, la manutenzione della bicicletta e l'allevamento delle pecore.
Manuali studiati per il terzo mondo, ma funzionano anche qui... e mi sa che presto ne avremo bisogno.
Potete anche copiarveli tutti in un angolino del vostro hard disk (sono 680 MB... un CD-ROM) e tenerli pronti... non si sa mai.

LA VITA DOPO IL COLLASSO DELL’ECONOMIA: come possedere meno ci renderà più felici

DI SARA VAN GELDER E DOUG PIBEL
Yes! magazine

“Il raggiungimento della felicità”. E’ una cosa talmente americana da essere stata inserita nella nostra dichiarazione d’Indipendenza dove è elencata insieme alla vita e alla libertà, come un diritto inalienabile.

Ma quanto successo abbiamo avuto in questa ricerca? E adesso che il sistema finanziario globale sta implodendo, quanto ci sembra possibile essere felici nei prossimi mesi e negli anni a venire?

L’amore non si può comperare

Sin dall’inizio degli anni Settanta, gli Americani hanno cominciato a comperare a più non posso, sia che potessero permetterselo o no. Ci avevano promesso che una nuova macchina, una borsa più alla moda, o un televisore con lo schermo piatto ci avrebbero reso più felici, e noi ci siamo comportati di conseguenza. Ci avevano detto che un’economia in costante crescita ci avrebbe reso tutti ricchi. Ma, mentre il nostro prodotto interno lordo è cresciuto più o meno stabilmente dal 1970 in poi sino all’attuale crisi finanziaria, la maggior parte di noi non ha visto elevarsi né il proprio livello di vita né il proprio benessere. Gli stipendi sono rimasti stagnanti mentre i costi delle cose di prima necessità – come la casa, le cure mediche, il cibo e l’energia – sono rapidamente saliti.

Quelli che rientravano nel 20 per cento dei più ricchi, hanno visto aumentare le loro rendite dell’80 per cento nel corso degli ultimi 25 anni, mentre il 40 per cento della fascia più bassa ha realmente perso terreno.

Sono poche le famiglie che oggi riescono a vivere con un solo stipendio, ed un problema di salute o la perdita del posto di lavoro possono ridurre in povertà una famiglia di ceto medio o ridurla senza casa.

E tuttavia continuiamo a comperare quei prodotti che si suppone debbano renderci felici portando molti di noi ad indebitarsi sempre di più. Le famiglie hanno in media circa 5.100 dollari di debito con la carta di credito, con tassi di interessi tali che spesso rendono quasi impossibile ripianare il conto. Negli ultimi anni il valore delle case ha raggiunto il record più basso mentre la gente si era indebitata chiedendo prestiti in base alla loro proprietà. Nel 2004, l’anno più recente del quale sono disponibili i dati della Federal Reserve, il debito ipotecario superava i 290000 dollari per ciascuna famiglia, quasi il triplo di 15 anni prima.

Tutti questi debiti rendono la vita più precaria. Ciò ci ha anche resi più schiavi di lunghe ore di lavoro che – sempre che lo troviamo il lavoro – si aggiungono a lunghi spostamenti che ci mangiano tutto il tempo di cui altrimenti potremmo disporre per cose che secondo le ricerche, ci renderebbero davvero felici.

E’ facile cadere nel tranello di credere che avere più cose ci dia la felicità, perché nelle pubblicità c’è sempre un qualche elemento di verità. Abbiamo bisogno di una certa quantità di cibo per vivere, dopo tutto. Proteggersi è giusto. Abbiamo bisogno di abiti, di accessori – può essere piacevole avere un pochino di più dello stretto necessario. Ed avere molte cose è sempre stato un modo per dimostrare che si è raggiunto il successo e che si ha diritto al rispetto. Ma subito dopo la bella novità di un nuovo corredo o di un nuovo abito di lusso, ci ritroviamo con un buco nel portafoglio e una sensazione di vuoto che – ce lo dicono i pubblicitari – potremo colmare soltanto andando a comperare altre cose nuove e più belle.

Seguire questi consigli può mantenere pulsante l’economia aziendale, ma ci ha reso felici?

Moti diagrammi indicano che la risposta è: non proprio. Gli Indicatori del progresso genuino (Genuine Progress Indicators) dimostrano che lo standard generale del benessere, la nostra salute, la qualità della vita, la sicurezza economica e ambientale, presi tutti insieme sono rimasti piatti, nonostante abbiamo lavorato più duramente. Uno studio ventennale effettuato dall’ OECD afferma che gli Stati Uniti hanno il più alto tasso di sperequazione e di povertà rispetto a tutti gli altri paesi sviluppati, e il divario fra i salari è cresciuto stabilmente fin dal 2000. Un sondaggio Gallup di recente ha scoperto che solo la metà degli Americani vive libera da preoccupazioni di carattere economico o legate alla salute, rispetto all’83 per cento della popolazione che vive in Danimarca. Quando l’Organizzazione mondiale della Sanità e la Scuola di medicina di Harvard hanno effettuato uno studio sull’indice della depressione in 14 Paesi, gli Stati Uniti sono risultati i primi della lista.

Quanti Pianeti ci vogliono?

Ma non sono soltanto gli Ameicani che stanno subendo il contraccolpo di un sistema economico che mette il denaro e la crescita davanti al vero benessere. La popolazione mondiale sta perdendo la possibilità di accedere alle risorse naturali e alla sovranità economica.

Le multinazionali, nel cercare di guadagnare stimolando e poi soddisfacendo il nostro appetito per le cose, hanno calpestato il modo di sostentarsi e di vivere di agricoltori Messicani, abitanti delle foreste pluviali, minatori africani e lavoratori thailandesi. Quando la vendita delle terre o il sovvenzionamento dell’importazione di prodotti agricoli rende impossibile continuare il tradizionale stile di vita, molte di queste persone vanno in città affollate dove non hanno altra scelta se non quella di lavorare per un bassissimo salario o tentare una difficile migrazione verso un paese che consenta paghe più alte.

Avere grosse macchine, splendide televisioni e vestiti alla moda non ci ha mai reso felici. Questo ci ha solo portato ad indebitarci – ed ha aumentato la nostra dipendenza da lunghe ore di lavoro.

Un campione della globalizzazione come Thomas Friedman ci dice che in poche generazioni questi lavoratori raggiungerano uno stile di vita simile al nostro, qui negli Usa. Ma l’analisi dell’impronta ecologica dimostra che ci vorrebbero più di sei pianeti come la Terra per dare a ciascun abitante del mondo l’uguale livello di consumismo che “appaga” gli Americani. E’ chiaro che abbiamo un solo pianeta, e che si sta surriscaldando.

La conquista della felicità

E’ questo ciò che Thomas Jefferson aveva in mente quando sostituì “la conquista della felicità” nella frase contenuta nel rapporto del Primo Congresso Continentale, “vita, liberà e proprietà”?

L’ideale di Jefferson era un’economia basata su piccole fattorie che producevano gran parte di quanto serviva loro. La loro felicità non era qualcosa che affidavano a una corporation per ricavarne una rendita, ma era piuttosto qualcosa che avevano creato loro stessi attraverso il loro lavoro e le relazioni umane che ci sono all’interno di una comunità. L’economia di quel tempo era in parte basata su una società che possedeva schiavi e terreni che spesso aveva preso agli indigeni, ma l’ideale di Jefferson ebbe un forte ascendente sul Paese nascente. Libertà, indipendenza ed autosufficienza erano tutti valori popolari.

Gli Usa hanno fatto un lungo cammino allontanandosi dagli ideali di Jefferson. Oggi produciamo poco di ciò che usiamo. Lavoriamo per guadagnare denaro, e comperiamo cibo, abiti ed altri generi di necessità in grossi magazzini ed acquistiamo servizi per i nostri figli e per gli anziani da una serie di imprese.

Poiché non abbiamo più tempo, capacità, famiglie numerose e non possiamo tornare alla terra, cosa che solo qualche decennio fa era normalissima, siamo diventati completamente dollaro-dipendenti. E questa dipendenza ci pone alla mercè di coloro che controllano l’economia e il giro del denaro. E coloro che hanno accumulato denaro hanno un’esorbitante influenza sul nostro governo. E questo è l’esatto opposto di ciò che sognava Jefferson. Ed è anche un netto distacco dal modo in cui gli esseri umani hanno vissuto per la maggior parte della storia.

La vita dopo il Crack

Può darsi che la crisi che ci è venuta addosso non sia un male dopotutto. Può darsi che che questo periodo di distruzione creativa ci offra delle opportunità per un nuovo inizio, l’opportunità di costruire una società che ponga al primo posto la gente comune e faccia in modo di creare le condizioni per la sua felicità.

Dopo lo shock di quest’onda di crisi, forse ci guarderemo attorno come i personaggi dei film di Fellini che escono all’alba dopo una notte di eccessi. Spegneremo la televisione, e anche internet, e noteremo i brillanti colori dell’alba e parleremo ai nostri vicini che non abbiamo mai trovato il tempo di incontrare.

Potremo passere meno tempo al lavoro per il contrarsi dell’economia e perché molte imprese avranno chiuso.

Ma forse impareremo a condividere il lavoro e a pretendere del tempo per curare quegli aspetti della nostra vita che secondo le ricerche contribuiscono veramente al conseguimento di una vera felicità –tempo per stare in famiglia, con gli amici, per interessarci dei problemi civici, per esprimere la nostra creatività. Sarebbe la prima volta. Durante la grande Depressione, ad esempio, la Kellogg ridusse i turni dei propri impiegati da otto a sei ore per ampliare la possibilità di lavorare ad un maggior numero di persone. La produttività salì talmente che la società avrebbe potuto pagare gli stessi salari per turni ancora più corti. Frattanto, le organizzazioni civiche, le scuole per gli adulti e la vita delle famiglie fiorì a Kalamazoo.

Può darsi che troveremo il modo di commerciare con i nostri amici e con i nostri vicini - qualche melone invernale, qualche torta fatta in casa per coccolare i bambini o qualche riparazione alle case. Può darsi che riconquisteremo le abilità che avevamo e che insegneremo gli uni agli altri come coltivare, come aggiustare le cose da soli, cucire e lavorare a maglia insieme ai nostri figli e nipoti.

In un certo senso, nell’esuberanza della frizzante economia degli anni 80, 90 e 2000, abbiamo perso la traccia di qualcosa. Il denaro esiste per servirci come un mezzo non perché tutto gli ruoti attorno. Le nostre vite e la nostra società non devono ruotare secondo le regole dell’alta finanza dettate dai suoi rappresentanti che stanno a Whashington DC. Noi, il popolo, possiamo rifiutare l’ortodossia economica che ci ha dato così poco e possiamo ricostruire la nostra economia su basi differenti.

Ricostruire

Che tipo di società vogliamo ricostruire? Che cosa potrà espandere le nostre vite, la libertà e portare alla felicità senza che diminuiscano le opportunità per gli altri di avere, ora e in futuro, le stesse cose?

Ecco qui alcune cose che dovremo fare:

1) Le politiche economiche per il futuro devono assicurare che tutti siano inclusi nel programma, e che potremo far risollevare coloro che hanno toccato il fondo. Quando permettiamo che l’ineguaglianza dilaghi nella nostra società , noi inneschiamo i crimini, la violenza e l’odio che danneggiano la possibilità che ciascuno trovi la felicità. Non possiamo più permettere che si emettano assegni a nove cifre per Ceo e che i redditi degli investimenti raddoppino. Parafrasando Gandhi, possediamo a sufficienza per soddisfare i bisogni, ma non l’avidità di ognuno.

2) Il gioco di sparare sull’ambiente è finito. La futura economia deve funzionare nell’ambito della produzione attuale. Non possiamo più permetterci di vivere delle ricchezze del passato, come se milioni di anni di depositi fossili si potessero ricostituire oggi per non diminuire le riserve di petrolio. Dobbiamo invece rivolgerci all’energia solare, a quella del vento, e alle altre energie rinnovabili, e coltivare cibo e fibre ricostituendo il terreno e non gettandogli prodotti derivati dal petrolio. Non possiamo più usare la nostra atmosfera, gli oceani, le fonti d’acqua ed il suolo come discariche. Nessuna quantità di eventi tipo "Run for the Cure" può risolvere il problema del cancro se continuiamo ad avvelenare il nostro cibo, l’acqua e l’aria. Ed il clima sta raggiungendo un pericoloso punto di rottura.

3) Non possiamo più permettere che l’economia e il denaro aumentino come un cancro nella nostra società sino ad inquinarne tutti gli aspetti della vita. Bisogna che l’economia sia al servizio della gente, delle comunità e della salute del nostro sistema ecologico, e non il contrario. Invece di basarci su aziende globali libere e fuori da ogni giurisidzione, potremmo prendere in considerazione le produzioni regionali e locali per soddisfare i nostri bisogni e offrire impieghi sostenibili, incluse imprese di portata media o cooperative e via dicendo.

4) Se faremo così, comprenderemo più chiaramente la vera fonte della felicità. Le statistiche ci dicono che la base per un buon modo di vivere e per la felicità risiede in amabili rapporti interpersonali, nel mutuo rispetto, in un lavoro ricco di significato, e nella gratitudine, e quando scopriremo la forza che c’è in queste qualità, il luccichio delle pubblicità ed il materialismo non ci imbroglieranno più. Il consumismo troverà posto fra le cose del passato.

Non appena cominciamo a re-imparare le nostre capacità e a ricostruire le relazioni perderemo la voglia di ricercare il denaro e le cose e cominceremo a provare la gioia che ci aspettavamo; una felicità che non dipende dalla fluttazione del mercato o dal numero di cose che si possiedono.

Anche se a breve termine può essere dolorosa possiamo uscire da questa crisi più sani e più ricchi, di un genere di ricchezza che davvero conta: comunità fortemente unite, buoni rapporti con i propri cari, un ecosistema sano, e la capacità di vivere e godere la vita.


Titolo originale: "Life After the Economic Collapse: How Having Less Will Make Us Happier", da http://www.yesmagazine.org/
Traduzione italiana a cura di Comedonchisciotte

martedì 13 gennaio 2009

stop al consumo di territorio!

Voglio segnalare un'interessante iniziativa, ed invito ad aderire:

STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO
Movimento di opinione per la difesa del diritto al territorio non cementificato

Campagna nazionale

Il consumo di territorio nell’ultimo decennio ha assunto proporzioni preoccupanti e una estensione devastante. Pur in presenza di un sensibile calo demografico della popolazione italiana negli ultimi vent’anni, il nostro Paese ha cavalcato una urbanizzazione ampia, rapida e violenta. Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali e industriali con relativi svincoli e rotonde si sono moltiplicate ed hanno fatto da traino a nuove grandi opere infrastrutturali (autostrade, tangenziali, alta velocità, ecc.). Soltanto negli ultimi 15 anni circa tre milioni di ettari, un tempo agricoli, sono stati asfaltati e/o cementificati.

Questo consumo di suolo sovente si è trasformato in puro spreco, con decine di migliaia di capannoni vuoti e case sfitte: suolo sottratto all’agricoltura, terreno che ha cessato di produrre vera ricchezza.

La sua cementificazione riscalda il pianeta, pone problemi crescenti al rifornimento delle falde idriche e non reca più alcun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini.

Questa crescita senza limiti considera il territorio una risorsa inesauribile, la sua tutela e salvaguardia risultano subordinate ad interessi finanziari sovente speculativi: un circolo vizioso che, se non interrotto, continuerà a portare al collasso intere zone e regioni urbane. Un meccanismo deleterio che permette la svendita di un patrimonio collettivo ed esauribile come il suolo, per finanziare i servizi pubblici ai cittadini (monetizzazione del territorio).

Tutto ciò porta da una parte allo svuotamento di molti centri storici e dall’altra all’aumento di nuovi residenti in nuovi spazi e nuove attività, che significano a loro volta nuove domande di servizi e così via all’infinito, con effetti alla lunga devastanti. Dando vita a quella che si può definire la “città continua”.

Dove esistevano paesi, comuni, identità municipali, oggi troviamo immense periferie urbane, quartieri dormitorio e senza anima: una “conurbazione” ormai completa per molte aree del paese.

Ma i legislatori e gli amministratori possono fare scelte diverse, seguire strade alternative? Sì! Quelle che risiedono in una politica urbanistica ispirata al principio del risparmio di suolo e alla cosiddetta “crescita zero”, quelle che portano ad indirizzare il comparto edile sulla ricostruzione e ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente.

Il movimento di opinione per lo STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO e i sottoscritti firmatari individuano 6 principali motivi a sostegno della presente campagna nazionale di raccolta firme.

STOP: PERCHÉ?

1. Perché il suolo ancora non cementificato non sia più utilizzato come “moneta corrente” per i bilanci comunali.

2. Perché si cambi strategia nella politica urbanistica: con l’attuale trend in meno di 50 anni buona parte delle zone del Paese rimaste naturali saranno completamente urbanizzate e conurbate.

3. Perché occorre ripristinare un corretto equilibrio tra Uomo ed Ambiente sia dal punto di vista della sostenibilità (impronta ecologica) che dal punto di vista paesaggistico.

4. Perché il suolo di una comunità è una risorsa insostituibile perché il terreno e le piante che vi crescono catturano l’anidride carbonica, per il drenaggio delle acque, per la frescura che rilascia d’estate, per le coltivazioni, ecc.

5. Per senso di responsabilità verso le future generazioni.

6. Per offrire a cittadini, legislatori ed amministratori una traccia su cui lavorare insieme e rendere evidente una via alternativa all’attuale modello di società.

STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO

I firmatari richiedono una moratoria generale ai piani regolatori e delle lottizzazioni, in attesa che ciascun Comune faccia una precisa “mappatura” di case sfitte e capannoni vuoti. Sottoscrivono quindi questo manifesto perché si blocchi il consumo di suolo e si costruisca esclusivamente su aree già urbanizzate, salvaguardando il patrimonio storico del Paese.


Come aderire: le adesioni possono essere trasmesse direttamente via mail a info@altritasti.it (corredate di: Cognome e Nome, Via, Cap, Comune, Provincia, indirizzo mail, eventuale indicazione di cariche all’interno di Associazioni, Enti, Comitati).

martedì 9 dicembre 2008

detersivo per lavastoviglie fai-da-te

La lavastoviglie pare essere (almeno per me) uno dei cardini irrinunciabili dell'attuale paradigma di vita. Ed in questo credo di essere in buona compagnia...
Peraltro, bisogna dire che è un attrezzo discretamente efficiente (si consuma meno acqua che non a lavare a mano), decisamente utile, per farlo andare basta una mezza secchiata di energia elettrica... il neo eventualmente è il detersivo, maledettamente inquinante ed ancor più maledettamente caro.

Bene, vi rivelerò che in rete si trovano diverse ricette di detersivi per lavastoviglie fai-da-te, basati tutti su sostanze naturali e non inquinanti, e dal costo talvolta ridicolo.
E vi rivelerò un altro dettaglio sconcertante: tutti quanti, più o meno, funzionano il detersivo del supermercato.

Alcune ricette:
Ingredienti: 200 gr sale grosso, 100 gr aceto bianco, 400 gr acqua, 3 limoni con buccia tagliati a pezzetti.
Preparazione: mettere i limoni e il sale nel frullatore e tritare per 20 secondi. Mettere sul fuoco e
aggiungere l'acqua e l'aceto, far bollire per circa 15 min. sbattendo con una frusta. Conservare in barattolo di vetro.
Dosi: due cucchiai nella vaschetta della lavastoviglie o quanto basta sulla spugna per lavaggi a mano.
Per piatti particolarmente sporchi e untuosi nell'acqua per lavare i piatti o nella lavastoviglie si può mettere anche mezzo limone.

3 limoni, 400 ml di acqua, 200 g di sale, 100 ml di aceto bianco
- Tagliare i limoni in 4-5 pezzi togliendo solo i semi e mantenendo la buccia (è più facile se tagliate il limone a rondelle)
- Frullarli con un mixer insieme ad un po' di acqua e al sale. Per evitare intasamenti del filtro lavastoviglie, frullate a lungo e molto finemente la poltiglia. Controllate l’efficacia del vostro frullatore, altrimenti resteranno residui anche sulle stoviglie.
- Mettere la poltiglia in una pentola, aggiungere tutta l'acqua e l'aceto e far bollire per circa 10 minuti mescolando, affinché non si attacchi. Quando si è addensato e raffreddato mettere in vasetti di vetro.
Come si usa:
- Due cucchiai da minestra per la lavastoviglie. Non mischiate il detersivo fai da te a quello classico lavastoviglie.
- A piacere per i piatti a mano. In caso di stoviglie unte basta aggiungere sulla spugnetta un po' di
detersivo classico piatti a mano visto che, a differenza di quello per lavastoviglie, può mischiarsi con quello fai da te.

Una nota per quanto riguardo i limoni da utilizzare: avete presente quelli che si trovano al mercato, vicino ai cassonetti? Si, quelli un po' ammaccati, o troppo maturi? Ecco, quelli sono perfetti. E, ovviamente, sono gratis...

Sembra inoltre (anche se non ho provato) che se si usano detersivi fai-da-te il brillantante si può efficacemente sostituire con l'aceto.

Inoltre (e questo è certissimo), indifferente che si usi detersivo "normale" o fai-da-te... al posto del sale specifico per lavastoviglie si può usare normalissimo sale grosso da cucina.

venerdì 26 settembre 2008

Vittoria! Aumentano le persone che bevono acqua del rubinetto

Dal blog di Jacopo Fo:

Nonostante l'Italia sia paese leader in Europa per il consumo di acqua in bottiglia, aumentano le famiglie che si “convertono” a quella pubblica dell'acquedotto. Una ricerca di mercato rivelerebbe che su 2.100 intervistati il 39,9% beve sempre o quasi l'acqua del sindaco, una crescita di quasi 10 punti percentuali in due anni (nel 2006 erano 31,2%).
Di questi, il 43,7% sceglie l'acqua potabile perché e' piu' controllata di quella in bottiglia, il 46,7% perché e' molto piu' economica.

Io è da una vita che bevo acqua del rubinetto, ed essenzialmente per due motivi:
  • è molto più sicura di quella imbottigliata (checcè ne dica la pubblicità)
  • costa molto meno
Spendere di più per avere qualcosa di peggiore è una cosa molto stupida. Ed i comportamenti stupidi io non li sopporto, ecco!

giovedì 25 settembre 2008

l'etica del rasoio

Riporto volentieri questo post:
Risorse, Economia e Ambiente: Abitudini, inerzie e altre patologie / 2 : l'etica del rasoio
dal blog di ASPO Italia:





I nostri comportamenti individuali sono fondamentali per ridurre l'inquinamento ed i rifiuti.
Molte persone oramai fanno attenzione all'uso dell'automobile, ai prodotti che acquistano.
I rifiuti sono un problema che va affrontato sin dall'inizio della catena produttiva, va bene differenziare, riciclare ma i risultati migliori li si ottengono producendone meno.
Un esempio per tutti: i rasoi a lametta usa e getta.
In alcuni modelli vi sono anche solo le testine da sostituire ma guarda caso costano quasi il doppio di quelli completamente usa e getta!
Oramai si è arrivati a 4-5 lame assolutamente inutili, non si possono nemmeno girare per sfruttare l'altro lato delle lame. Poi i manici sono in plastica bicomponente perché non scivolino tra le mani quando bagnati, ma così anche volendo, non si riciclano più! Pensate alle migliaia di rasoi che tutti i giorni finiscono nelle discariche, o peggio negli inceneritori...
Io ho ridotto drasticamente i rifiuti in questo settore con questo modello piuttosto vecchio ma perfettamente funzionante (vedi foto in allegato), ruotando il manico si aprono due sportellini superiori e si può inserire la lametta. La barba la fa lo stesso e l'unica cosa che getto via è... una lametta in acciaio perfettamente riciclabile!
Le lamette si trovano in molti supermercati, molto difficile invece trovare il rasoio "modello eterno"!

domenica 3 agosto 2008

Decalogo: i 10 comandamenti della decrescita

da Comedonchisciotte:

Economia Eco-nomia = De-crescita

Qualunque cosa facciano il Sistema, le grandi imprese, i media, gli Stati, le istituzioni internazionali, gli eserciti… noi possiamo rispondere con la democrazia diretta: forme di vita e di consumo libere da globalizzazione e sviluppo economico.

1. Alimentazione. Consumate tutti i prodotti selvatici che potete e raccoglieteli voi stessi con metodi conservativi. Consumate tutti gli alimenti autoprodotti che potete. Fate in modo che gli alimenti siano biologici, locali, artigianali… Se non avete l’orto né possibilità di averne uno, associatevi a una cooperativa, piantate sul terrazzo di casa, proteggete il piccolo commercio e le reti locali, comprate direttamente da agricoltori e fattori. Se potete, fate lo yogurt, il pane, i dolci… Rifiutate i prodotti delle grandi marche convenzionali, la modificazione genetica, gli alimenti molto pubblicizzati in televisione, il cibo spazzatura… Ringraziate per gli alimenti che mangiate ogni giorno. Diminuite più che potete l’ingestione di proteine animali, molto cara ecologicamente parlando. Consumate i prodotti di stagione. Cucinate a fuoco lento. Evitate il cibo precotto. Conservate e/o proteggete le ricette, le varietà e le tradizioni locali. Nell’India Vedica, il cuoco ricopriva una posizione sociale importante quasi quanto quella di un brahamani o di un medico.

2. Società. Mantenete unita la vostra famiglia. Tessete alleanze con i vicini, con i genitori dei compagni di scuola dei vostri figli (se vanno a scuola), con i colleghi di lavoro, con tutta la comunità e soprattutto con i familiari più stretti e lontani e con i vostri amici. Associatevi a cooperative, spacci, reti di consumo locale… Proteggete il piccolo commercio e le eco-nomie locali, gli artigiani e gli agricoltori locali. Promuovete il modello di società mediterranea, cordiale, semplice. È ecologico, salutare e dona il buon umore.

3. Energia. Risparmiate tutta l’energia possibile. Riciclate energia. Cercate di fare un uso efficiente dell’energia. Traete il miglior profitto dall’energia che utilizzate. Consumate, nella misura delle vostre possibilità, energia che provenga da fonti rinnovabili. Investite, nella misura delle vostre possibilità, in fonti energetiche rinnovabili. Diffondete, nella misura delle vostre possibilità, le fonti energetiche rinnovabili al lavoro, a casa e nei centri di studi…

4. Cultura. Fuggite dall’omogeneizzazione culturale globale e dall’impero anglosassone (e da qualunque altro impero). Siate creativi, partecipativi. Non siate meri spettatori passivi. Proteggete le culture autoctone, le lingue locali, la cultura rurale, i segni culturali distintivi di ogni popolazione (sia rurale o urbana)… Proteggete le radici, il passato, le differenze, la biodiversità culturale… senza fanatismi. Proteggete gli artisti locali e le piccole industrie culturali di ogni zona. Disprezzate la clonazione culturale, sterile e di cattivo gusto. Dalí disse: ˝Solo l’ultralocale può diventare universale". La cultura locale, l’arte in famiglia, le tradizioni proprie… favoriscono l’identità. Senza identità e senza rispetto per il proprio passato (attenzione, non confondetevi con le mentalità chiuse), nessuno è niente. Rispettate le culture orali. Diffidate dei sistemi culturali verticali. Ricordate che dall’università sono uscite milioni e milioni di persone che hanno attentato contro l’uomo e la Natura (e alcuni/e studiosi/e stimati/e).

5. Denaro e consumo. Disprezzate l’usura. Disprezzate la speculazione. Favorite l’eco-nomia. Cercate di non utilizzare denaro elettronico. Incentivate il prezzo equo, il baratto, lo scambio, le monete alternative, i prodotti verdi… Disprezzate le modalità di pagamento posticipato. Evitate lo Stato e le sue tasse più che potete perché la maggior parte di quel denaro non viene utilizzato per fini sociali ma per proteggere lo Stato stesso, l’esercito… Praticate la disobbedienza fiscale ogni volta che potete. Se vi avanzano dei soldi, per qualunque ragione, condivideteli: una volta soddisfatti i bisogni personali, ciò che non si dà… si perde. Evitate il consumo superfluo, compulsivo e inutile. In questo modo evitate di sprecare energia, di produrre rifiuti e di perpetuare il Sistema… Fate in modo che il vostro consumo tenga sempre in considerazione i criteri ambientali, sociali, etici…

6. Lavoro. Fate in modo che il vostro lavoro sia lecito. Ovvero, che abbia il minimo impatto possibile sulla Natura e che non implichi il maltrattamento o il disprezzo di altri esseri viventi, incluso l’essere umano. Fate in modo che il vostro lavoro sia il più verde possibile. Fate in modo che vi lasci tempo libero a sufficienza per progredire spiritualmente, emozionalmente… e per dedicarvi alla famiglia e alle attività che ritenete opportune, siano esse artistiche o sociali… Fuggite dai lavori che fomentano l’usura e la speculazione, il commercio disonesto, lo spreco e il consumo compulsivo, l’inganno al consumatore, la globalizzazione… I lavori artigianali, locali, a dimensione umana, sono lavori che fomentano l’eco-nomia. Se hanno a che vedere con l’agricoltura biologica, le energie rinnovabili, la rilocalizzazione dell’economia, la salute naturale, l’unione della comunità… meglio. Fate in modo che il vostro lavoro non metta mai in pericolo l’esistenza delle generazioni future.

7. Salute. La salute è equilibrio. Favorite il vostro equilibrio e quello della vostra famiglia. Sostenete una dieta e delle abitudini sane, un lavoro e una casa salubri, fuggite dallo stress e da tutte le situazioni che provocano confusione mentale e problemi inutili. Studiate le forme di salute tradizionali, perché vi serviranno. Autogestite la vostra salute e quella della vostra famiglia fin dove vi è possibile. Considerate il mondo della salute come un tutto olistico, che include la dieta, le questioni ambientali, il luogo in cui abitate, il lavoro, il mondo spirituale, la famiglia… Fuggite da ogni tipo di aggressione. La medicina allopatica può avere i suoi lati positivi, a cui si può ricorrere in momenti determinati, ad esempio la diagnosi.. Anche la morte fa parte della vita.

8. Politica. La politica attuale e in generale, salvo eccezioni, tutto il sistema politico… vive agli antipodi della decrescita economica. Ci sono partiti più o meno sensibili ai problemi ambientali e/o sociali, ma, la maggior parte di essi non si azzarda a mettere in questione il modello attuale di sviluppo economico. Al massimo, parla di una descrescita sostenibile; ma, il problema è che la crescita e la sostenibilità sono, come sappiamo tutti, incompatibili. L’unica alternativa possibile è il bioregionalismo, che ha poco a che vedere con i partiti nazionalisti attuali, perché il bioregionalismo implica una decentralizzazione assoluta e radicale. Il modello sarebbe più vicino a un mondo organizzato su piccole regioni autogestite che a sistemi nazionalisti convenzionali.

9. Tecnologia. La tecnologia non è neutrale. La tecnologia punta sullo sviluppo economico e sulla dittatura tecno-scientifica. La tecnologia e la scienza hanno creato una nuova religione, i cui dogmi sono “raccomandati” alla popolazione attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Evidentemente, nell’attualità, in un luogo come la Spagna, sarebbe molto difficile tornare a vivere di caccia, a raccogliere frutta dagli alberi e voltare completamente le spalle alla società tecnologica. Tuttavia, ci sono diversi livelli… di integrazione al mondo tecnologico. Attraverso determinate abitudini di consumo, di vita e scelte quotidiane, possiamo sabotare il mondo tecnologico e le imprese, gli stati, gli eserciti, le macchine… che stanno dietro di essi. Da un lato, senza arrivare a posizioni di luddismo radicale, conviene vivere il più lontano possibile dal sistema tecnologico, che distrugge la Natura e la società umana. E dall’altro, conviene favorire le tecnologie più artigianali, a dimensione umana, sottoposte a un controllo sociale, facile, accessibile e diretto. Senza bisogno di diventare degli Amish, è possibile indirizzare la nostra esistenza verso forme di vita meno dipendenti dal mondo tecnologico. O, almeno, dagli aspetti più demenziali e aberranti dell’universo tecnologico attuale.

10. Spiritualità. Il futuro sarà spirituale o, semplicemente, non ci sarà futuro. Lo studio delle confessioni tradizionali che sono esistite su Gaia ci possono servire d’ispirazione. Questo gran cambiamento di paradigma che implica la decrescita economica è possibile solo nel segno di un cambiamento di paradigma olistico molto più profondo, che includa il mondo spirituale. È impossibile contenere i desideri e la propensione al consumismo, se parliamo di miliardi di persone, senza tener presente la saggezza che emana dai libri sacri e dalle culture orali delle diverse tradizioni del mondo (attenzione, non confondete la tradizione primordiale con guru da quattro soldi, né con le gerarchie ecclesiastiche più inclini alla forma che alla sostanza, né con tradizioni aberranti che non sono mai state consigliate da nessun santo). Ogni tradizione o maestro possiede virtù e metodi propri. Lì troviamo gli strumenti che dobbiamo comprendere e poi assimilare per andare verso una società dignitosa, giusta, libera e bella e in armonia con la Natura e il Cosmo. Nota importante: una vita a basso consumo non implica necessariamente una vita vuota spiritualmente ed emozionalmente ma, al contrario, la vita semplice porta, o può portare, a una vita spiritualmente più intensa nello stesso modo in cui il consumo compulsivo ha come obiettivo riempire il vuoto spirituale della società contemporanea.

Ecoattivisti

Fonte: theecologist.net

Traduzione per www.comedonchisciotte.org di ANTONELLA MACCHIA

lunedì 31 marzo 2008

Un piccolo ma concreto esempio di felice decrescita

I detrattori della “decrescita felice” hanno un argomento, trito e ritrito, che possiamo sintetizzare nel “ma non possiamo mica tornare all'età della pietra!

Non hanno capito che filosofia della decrescita significa fare le stesse cose importanti che facciamo oggi, ma in maniera più intelligente, senza sprechi... e vado quindi a darvi un piccolo, ma concreto, esempio.

Nella mia soffitta giaceva, da tempo immemorabile (=almeno una quindicina d'anni) un aspirapolvere Folletto. Era un modello degli anni '70 che, dopo aver prestato fedelmente servizio per una quindicina d'anni, era stato pensionato in quanto gli si era bruciato il motore.

I Folletto sono degli ottimi aspirapolvere, ma hanno un grossissimo difetto: il prezzo, che è più vicino a quello di una berlina usata che non a quello che saremmo ragionevolmente disposti a spendere per un aspirapolvere.

La consapevolezza di quanto era stato speso per acquistarlo fece sì che, al momento della sua dipartita, non venisse buttato ma conservato in soffitta... “non si sa mai”.

Visto che non riesco assolutamente a stare mai con le mani in mano, un giorno che mi capitò per le mani decisi di vedere se riuscivo a ripararlo. Smontandolo, rimasi piacevolmente sorpreso dalla qualità costruttiva: anche se quasi tutto in plastica, si trattava comunque di materiali di ottima qualità, che a distanza di trent'anni non si erano ancora infragiliti (come capita spesso alla plastica). Il motore, però, era innegabilmente defunto...

Ricorsi a zio google, e scoprii così su Ebay un ampia disponibilità di ricambi per il Folletto... ricambi rigorosamente “compatibili” (=di produzione cinese), che i ricambi originali hanno comunque prezzi stellari...

Fu così che per una manciata di euro comprai sia il motore di ricambio, sia un nuovo sacco-filtro in cotone (quello vecchio, dopo trent'anni, non era in ottime condizioni...)

Un paio d'ore per rimontarlo, e mi ritrovai per le mani un redivivo gioiello: aspira che è un piacere, è leggero, maneggevole, può esser messo a tracolla e quindi esser usato comodamente per pulire sopra gli armadi...

E già qui la parabola della “decrescita felice” avrebbe un senso: un oggetto che aspira la polvere ce l'ho, ho speso la metà di quanto avrei speso per acquistarne uno nuovo, ho riutilizzato qualcosa che altrimenti sarebbe stato destinato alla discarica...

Ma a parabola è ancor più significativa che andiamo a controllare le caratteristiche di questo aspirapolvere: il suo “nome completo” è Folletto VK-120-1, ed il consumo è di 250 watt. Si, avete letto bene, DUECENTOCINQUANTA watt. Certamente, non è un bidone aspiratutto, è un semplice aspirapolvere, ma il suo consumo è più vicino a quello di una cosiddetta “scopa elettrica” (di quelle che entrano in crisi per una manciata di capelli o una carta di caramella). Però è indubbiamente un aspirapolvere, ed anche valido... ed oggi, i suoi epigoni attuali hanno potenze che variano da 1200 ad oltre 2000 watt (sembra che quelli da 1800 watt siano quelli che vanno per la maggiore).
Ovvero, aspira la polvere come un aspirapolvere da 1800 watt, però ne consuma solo 250. Ovvero, meno di un settimo!

Perché oggi gli aspirapolvere hanno potenze da 1800 e passa watt anziché da 250 ?

Forse è perché un aspirapolvere mal progettato per fare bene il suo lavoro ha bisogno di maggior potenza, rispetto ad uno ben progettato. Ma più probabilmente è perché il consumatore ha assurdamente accettato il principio del “più è meglio”, e che quindi un aspirapolvere da 1800 watt deve esser per forza meglio di uno da 1000 watt, che a sua volta sarà meglio di uno da 500 w...

Ragionamento sbagliato, se non addirittura sciocco, come ci dimostra questa esperienza.

Morale: decrescita felice significa anche usare un aspirapolvere da 250 watt, invece che uno da 1800 watt... e grazie ad una progettazione intelligente, ottenere esattamente gli stessi risultati e la stessa efficienza, risparmiando però un bel po' di energia.